SANTA LUCIA

 

 

 

 

E così finalmente arrivai nel paese del Vesuvio, nel paese de “ O sole mio”, nel paese di ciò che diventò per me,e che è stato di altri, il paese delle lettere,per me solo…il paese dell’eterna periferia: Napoli.

Si napoli,Napoli cantata,musicata,dipinta,portata in giro,osannata.

Napoli dal porto…dalle grosse navi e dai ratti che ci passano sotto.

Napoli dalla tedesca che scopa col garzone,o  Napoli dal vetturino,comunque Napoli Napoli,Napoli Napoli…

Così Napoli è anche canzone,quella sporcata dalla sozzeria,quella che s’imbeve di petrolio delle cisterne.

Quando scesi alla stazione e attraversai piazza Garibaldi,ebbi la netta sensazione di trovarmela dentro,in mezzo alle gengive,tra i coglioni,nelle mani sudate dove il sudore rischia di farti scivolare tutto ciò che tieni.

Così anche gli occhi l’avevano vista,così anche l’odorato l’aveva sentita puzzare.

Eppure era sempre lei,come io ero io:tacito uditore di ciò che pareva mio.

Le scale poi…piccole grosse scale che si arrampicano su su, come scavate tra rocce, dove una caverna ha perso il tetto,e da luce ai topi.

Le scale dunque l’ho fatte,come nascosto perché i miei occhi…non sono azzurri,e la mia casa ,si può chiamare casa: perché da me la strada…non è casa.

Così sembrò quasi che bussassi ad una porta,e qualcuno senza viso e con mille visi,venisse ad aprirmi…anzi mi scaraventasse dentro.

Santa Lucia…ora pronobis.

Santa Lucia…ti farei scoppiare proteggendoti.

Santa Lucia…ti bacerei la bocca,spaccandoti i denti.

Santa Lucia…forse,anzi, ti cullerei.

“ Come è piccolo “ mi sono detto. Lo vedevo arrivare davanti senza occhi, o meglio gli occhi li aveva,ma io,sembravo vedere il tutto e forse d’improvviso… non capire.

Poi,di scatto, lo riconobbi.

Era lui,un bimbo,uno dei tanti bambini di questo mondo.

Lì era un bambino napoletano.

Mi chiese: “ Signorì,vulesse nà bibbita…?”. Eppure pur avendo il portafogli vuoto,mi sembravo ricco,e sprecai preziose cinquecento lire per un’ aranciata. Così entrai nella porta di casa.

Di casa,si, quasi volessi appendere il cappello ad un immaginario attaccapanni illuminato al neon.

Poi cercai la padrona.non c’era,o meglio forse avrei dovuto salutarli tutti.

Ero ospite di mille servi-padroni,di mille serve-padrone, di mille piccoli liberi nella casa dei servi-padroni, delle serve-padrone.

Piccoli dagli occhi azzurri, dai riccioli biondi che scivolano sulle spalle quasi a coprire una loro nudità quasi secolare.

Quanti? Tanti …quasi non si contavano.

E poi tutti quelli ancora non fatti,che già urlavano dentro le pance gonfie e traballanti.

Maschi e femmine accalcati in questa casa all’aperto,padroni di una strada che è solo un corridoio,radicati in giochi  dove l’adulto pareva oggetto passivo, o il gioco stesso,perché quello che respiravi…non era aria ma quelle loro “ usanze “.

Non avevo più visto una spada di legno, eppure  lì tra altarini, televisori, ufo-robot…c’era.

E questa picchiava,scatenava risse tra quei piccoli corpi nudi, dove il sesso pareva sparire, eppure era sempre più forte.

Maria a dodici anni aveva già scopato, ma lei giocava a fare la mamma con la sua piccola bambola.

Questo era forse un luogo comune, almeno così mi appariva, ma poi mi resi conto ben presto quanto questo viveva e masturbava se stesso,per rendersi vivo, di una vitalità strana,di una vitalità nuova.

Ed io sempre lì ad aspettare d’udire,a rincorrere la vista nel suo frenetico guardare.

Bambini…quanti bambini!

Sia che guerreggiavano con le spade di legno, sia che vendessero la gratta-checca in mezzo alla via-casa…era sempre un eterno giocare,un gioco d’immagini reali,un gioco in cui mi ci volevo ficcare come ad esserne rapito.

Ma io non avevo gli occhi azzurri,io non vendevo la gratta-checca, io non abitavo nella via-casa.

Maria,Lucia,Ferdinando,e poi ancora Paolo,Antonio,Giuseppe e un’altra Maria e poi ancora,ancora,ancora  bambini.

Un esercito di bambini.

Una masnada di bambini.

Un temporale di bambini.

E tutti gridavano,urlavano,strepitavano e il mio corpo pareva ributtare la goffezza che lo riempiva,e il mio cervello sembrava negare il sapere che sapevo,e il mio sesso sembrava respingere il preservativo che l’incartava.

Ma poi, d’improvviso, come un fulmine che ti scava la testa, mi accorsi che non avevo capito niente.

Richiuso il portone…Santa Lucia ritornò solo un quartiere.

( da Resistenza, ed. TOTEM 2004)

Si parla spesso di Scampia, ma le impressioni che ebbi andando a Napoli 30 anni fa, non mi paiono molto diverse, se oggi passeggiassi per Scampia.

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