continua:RESISTENZA di Cristiano Maria carta

                                                             NAUFRAGIO

 

 

Navigavano

da notti e giorni

su barcone rattoppato,

come quando i maiali

vanno al macello:

ammucchiati, sudati, assetati.

Oramai

quel puzzo acre

era per loro

profumo marino.

Così

figli di padri e madri nere,

come i bimbi di Auschwitz,

piangevano, ridevano, gridavano, giocavano.

Vale pure una, due, tre, dieci…

cento vite

l’America dell’isola di Sicilia.

Poi,

l’urla e i silenzi

furono una cosa sola.

L’acqua salata

Fu l’Auschwitz di quei bambini,

bambini neri.

Per noi

un troppo breve minuto,

tra le notizie del telegiornale,

mentre mangiavamo la frutta

e qualcuno sorseggiava il caffè.

   

 

 

                                                                    8 marzo 1978

 

 

Oggi,

otto marzo millenovecentosettantotto

rimango a latrare da solo

dietro le mura

di casa mia.

Annaspo affannosamente

nella logica del mio sesso

e chiedo spiegazioni

di ciò che è stato eletto illogico…

con la nostra maschile logicità.

Ma l’errore è la nostra razionalità:

quella della NOSTRA comodità.

Fuori…

ci sono le streghe che abbiamo messo al rogo,

ma non prima,

SOPRATTUTTO ORA.

Lunghe file di mimose

lunghe file di idee ,di bandiere

lunghe file di balli avanzano.

Lunghe file di figli…

ancora non nati

sopportati

sofferti  o accettati…

corrono nei grembi di donne,

che son tali

prima di essere madri.

Vorrei uscire, camminare

e andare insieme a loro.

Ma sono come un bimbo

che s’innamora di qualcuna…

che ha vent’anni più di lui.

 

 

 

DIAMANTE: Appunti estivi

 

 

Quelle facce

dipinte su muri

oramai

oscure al sole calante

mi sono parse

fisse ombre

in paesetto estivo.

E tu

con me

a…fissar loro.

Sembianze m’apparvero

come quelle

di nuovi teatranti

in…teatri antichi

confondendo oramai

la nostra vacanza.

Poi

un treno

con…

stizzante stizza.

Fu oblio

l’odore di sabbia marina.

 

 

 

CASA

 

T’ho visto strillare

t’ho visto urlare

quello strano nome: pietà.

Poi

ignobile

mostruoso

cingolato pubblicizzato

animale di ferro

con bocca d’acciaio

mordeva la casa,

la tua casa

quella con il balcone,

che non dava fastidio

ne a te

ne a me

ne agli altri.

dietro la porta

c’era solo un letto

l’armadio

il vaso da notte.

Ora

insieme ad altri

abiti all’ospizio.

   Dov’ è  la porta? ”

   l ì sotto il cartello

PROPRIETA’ IMMOBILIARE “.

 

 

 

                                                       COME UN LAZZARO

 

 

                                                         Come un Lazzaro

io

in questi nostri tempi

mostro la tomba

del mio

sia pure involontario

riposo,

e

richiusa la fossa…

m’acceco d’invenzione

 

 

 

                                               NERA GLOBALIZZAZIONE

 

 

Vorreste che fossimo

rannicchiati

quasi schiacciati

dietro le mura di casa

o di qualche cartone in periferia.

Solo le mosche potrebbero entrare

per tenerci compagnia.

Milioni, miliardi

di donne, di uomini

potentemente relegati

a non pensare.

Burocrati incravattati

elargitori di falsi doni

nella galassia oligarchica dei loro capitali

parlano di noi con statistiche

di giorno in giorno

rinnovabili.

Oramai

appagate multinazionali

ci vestono con i loro detersivi.

Dove sono i nostri pani, le nostre acque, le nostre terre?

Portate via!

Poi, come regali

a piccole dosi

ce li fanno solo “assaggiare”.

                                                               IO CANTO

 

Io canto

un’ode

a te

mio piccolo immigrato nero,

che come un sacco

rimani

abbarbicato

al corpo di tua madre

mentre,

ignaro,

lei cerca

 dignità

in quei mari altrui.

Io canto

un’ode

come fosse

una lunga e interminabile preghiera

al tuo Dio del perdono.

Io canto

un’ode

e cerco

la mia rivoluzione

a questa

italiana indifferenza.

Io canto

un’ode

che sia l’epigrafe

sulle tombe

delle nostre

VOLUTE IGNORANZE.

Io canto

un’ode

per un paese,

il mio,

con genti

dai mille colori.

 

 

 

                                                           RIFLESSIONI

 

                                                                 Torrenti

di false democrazie

sciacquano

i nostri pensieri.

Riempio bicchieri

che traballano

su piani

appena levigati.

Sotto

indecifrabili vuoti

come galassie ruotanti

tra buchi neri senza fine.

Così l’animo mio

colora in questo attimo il tempo.

 

 

 

 

 

 

OSPEDALE MILITARE

 

 

Vagamente ricordo

veri dolori

e fisso

con occhi vitrei

finestre sbarrate

tra vetri trasparenti.

Gli altri

improvvisamente deserto.

 

                                               QUEL BARBONE AMMAZZATO

 

 

                                                                  Egli era

come tu sei.

Egli rideva

come tu ridi.

Egli udiva

come tu senti.

Parlava, vedeva

come tu parli e vedi.

Ora

sanguina muto

e il suo sangue

sa di dolore

di rabbia

di paura…

ma è

come un rivolo d’acqua

che ti passa sotto i piedi

ma essi…

neppure si bagnano.

 

 

 

ITALIA

 

 

Se avessi tempo

di pensare.

Se avessi tempo

di fare.

Se avessi

voglia di fare,

quest’Italia

così strana,

rozza e fascista…

avrebbe un uomo in meno.

 

SICILIE

 

                                                                Come pietre

di sassi

arroventati al sole

dove

solo l’acqua d’onde

rinfrescano ancora.

Come

la lava

che brucia

terra e suole

e…corre

come su uno scivolo

di bimbi,

tramutando  le cose in

dure niree montagne.

O come l’indifferenza

che travolge quello o quella

questo o questa

lasciando il tutto

senz’anima.

O come

l’apparenza

che niente frattura

se non la verità.

Così oggi

mi appare

il tuo bel paese

amor mio.

 

 

 

 

 

LUOGHI

 

 

Non sono

solo posti

ma onde

che t’aprono

mani

                                                                    cuore

sesso e pelle.

Sono

i pensieri che vagano,

strappano

sputano

t’intrecciano i nervi.

Così

cinquant’anni

non sono un’età

sono solo

il numero delle tue ansie,

una somma di cifre

per essere fiore

o nuvola

o anche uomo

o forse donna

comunque…

                                                                 esservi.

                                              NORMALITA’ …DI TEMPO

 

 

Ho visto un uomo

scalfire la sua mente

nei torbidi meandri

d’una ruggine annuale…

Ma che dico?

secolare.

Stava lì,

schiacciato contro il muro

no facendo affiorare neanche la sua ombra.

E già…

sepolcri sembravano apparire.

Oramai

anche la speranza

aveva perso la sua ilarità.

E lo vidi

divincolarsi Sul selciato consumato…

intanto

mi ero appartato.

                                                               FINCHE’

 

Finchè un dipendente

sarà sulla terra,

io sarò con lui.

Finchè una donna

vomiterà l’angoscia dell’aborto

io scenderò nelle piazze con lei.

Finchè un bambino

non avrà prati per giocare,

io giocherò con lui.

Finchè una vecchia

piangerà da sola,

lascerò che le mie lacrime

si versino per lei.

Finchè un uomo

cercherà se stesso,

io scriverò per lui.

Finchè per un uomo,o per una donna…

per un solo uomo o per una sola donna,

la libertà, e con essa l’amore

nel presente

sarà solo utopia,

io

troverò il modo di stare con loro.

Parevo disoccupato

ma poi, aperto il portone

ho trovato lavoro.

 

 

 

STRADE ROMANE

 

 

Strrr aaa daaa

annunziata

arrabbiata

lasciata o forse

passata

tra cane,puttana…

senz’altro

varcata.

Così

l’idiota abbarcollandosi

fissa la via

e ridente

portandosi

a dei Condotti

piazza la piazza,

quella di Spagna,

tra Verano

o forse Pinciana…

smarritamente cercando

i cartoni di casa:

la nana casa

in via della Casa.

 

GENOVA  2001

 

 

Una lettera …G

Un numero…8

E poi…

Un colore…il rosso:

quello del sangue.

E ancora

un numero…20:

gli anni

di quel giovane…morto.

E come lui:

quelli ammazzati dalla fame

dalla sete

dal parto,

quelli ammazzati

dalla nostra indifferenza.

Così

oggi sono solo versi

domani

come sempre

dietro di noi

niente.

E la memoria…

colora l’oblio.

                                                                RICORDO

 

 

Ricordo

d’aver nuotato

negli abissi del mare.

Ricordo

d’aver tirato

le palle di neve.

Poi

d’aver dipinto

paesaggi non chiari

scrivendo versi

capiti da me.

Ricordo

tornando a casa,

in un giorno triste,

dove

gli occhi muti di mio padre e mia madre

tremavano,

si ora

ricordo…

mi sono messo a cantare

mi sono messo a ballare.

Poi …

con gola secca

di rapida arsura

ho gridato un urlo strano,

e con arti legati

da stanchezza millenaria,

ho corso

una corsa strana.

Così,

ricordo,

parevo cancellare

quella tiepida angoscia

che scaldava

il mio corpo,

invano.

Dopo,

ricordo,

bruciavo.

                                                                       SANTA LUCIA

 

 E così finalmente arrivai nel paese del Vesuvio, nel paese de “ O sole mio”, nel paese di ciò che diventò per me,e che è stato di altri, il paese delle lettere,per me solo…il paese dell’eterna periferia: Napoli.

Si napoli,Napoli cantata,musicata,dipinta,portata in giro,osannata.

Napoli dal porto…dalle grosse navi e dai ratti che ci passano sotto.

Napoli dalla tedesca che scopa col garzone,o  Napoli dal vetturino,comunque Napoli Napoli,Napoli Napoli…

Così Napoli è anche canzone,quella sporcata dalla sozzeria,quella che s’imbeve di petrolio delle cisterne.

Quando scesi alla stazione e attraversai piazza Garibaldi,ebbi la netta sensazione di trovarmela dentro,in mezzo alle gengive,tra i coglioni,nelle mani sudate dove il sudore rischia di farti scivolare tutto ciò che tieni.

Così anche gli occhi l’avevano vista,così anche l’odorato l’aveva sentita puzzare.

Eppure era sempre lei,come io ero io:tacito uditore di ciò che pareva mio.

Le scale poi…piccole grosse scale che si arrampicano su su, come scavate tra rocce, dove una caverna ha perso il tetto,e da luce ai topi.

Le scale dunque l’ho fatte,come nascosto perché i miei occhi…non sono azzurri,e la mia casa ,si può chiamare casa: perché da me la strada…non è casa.

Così sembrò quasi che bussassi ad una porta,e qualcuno senza viso e con mille visi,venisse ad aprirmi…anzi mi scaraventasse dentro.

Santa Lucia…ora pronobis.

Santa Lucia…ti farei scoppiare proteggendoti.

Santa Lucia…ti bacerei la bocca,spaccandoti i denti.

Santa Lucia…forse,anzi, ti cullerei.

“ Come è piccolo “ mi sono detto. Lo vedevo arrivare davanti senza occhi, o meglio gli occhi li aveva,ma io,sembravo vedere il tutto e forse d’improvviso… non capire.

Poi,di scatto, lo riconobbi.

Era lui,un bimbo,uno dei tanti bambini di questo mondo.

Lì era un bambino napoletano.

Mi chiese: “ Signorì,vulesse nà bibbita…?”. Eppure pur avendo il portafogli vuoto,mi sembravo ricco,e sprecai preziose cinquecento lire per un’ aranciata. Così entrai nella porta di casa.

Di casa,si, quasi volessi appendere il cappello ad un immaginario attaccapanni illuminato al neon.

Poi cercai la padrona.non c’era,o meglio forse avrei dovuto salutarli tutti.

Ero ospite di mille servi-padroni,di mille serve-padrone, di mille piccoli liberi nella casa dei servi-padroni, delle serve-padrone.

Piccoli dagli occhi azzurri, dai riccioli biondi che scivolano sulle spalle quasi a coprire una loro nudità quasi secolare.

Quanti? Tanti …quasi non si contavano.

E poi tutti quelli ancora non fatti,che già urlavano dentro le pance gonfie e traballanti.

Maschi e femmine accalcati in questa casa all’aperto,padroni di una strada che è solo un corridoio,radicati in giochi  dove l’adulto pareva oggetto passivo, o il gioco stesso,perché quello che respiravi…non era aria ma quelle loro “ usanze “.

Non avevo più visto una spada di legno, eppure  lì tra altarini, televisori, ufo-robot…c’era.

E questa picchiava,scatenava risse tra quei piccoli corpi nudi, dove il sesso pareva sparire, eppure era sempre più forte.

Maria a dodici anni aveva già scopato, ma lei giocava a fare la mamma con la sua piccola bambola.

Questo era forse un luogo comune, almeno così mi appariva, ma poi mi resi conto ben presto quanto questo viveva e masturbava se stesso,per rendersi vivo, di una vitalità strana,di una vitalità nuova.

Ed io sempre lì ad aspettare d’udire,a rincorrere la vista nel suo frenetico guardare.

Bambini…quanti bambini!

Sia che guerreggiavano con le spade di legno, sia che vendessero la gratta-checca in mezzo alla via-casa…era sempre un eterno giocare,un gioco d’immagini reali,un gioco in cui mi ci volevo ficcare come ad esserne rapito.

Ma io non avevo gli occhi azzurri,io non vendevo la gratta-checca, io non abitavo nella via-casa.

Maria,Lucia,Ferdinando,e poi ancora Paolo,Antonio,Giuseppe e un’altra Maria e poi ancora,ancora,ancora  bambini.

Un esercito di bambini.

Una masnada di bambini.

Un temporale di bambini.

E tutti gridavano,urlavano,strepitavano e il mio corpo pareva ributtare la goffezza che lo riempiva,e il mio cervello sembrava negare il sapere che sapevo,e il mio sesso sembrava respingere il preservativo che l’incartava.

Ma poi, d’improvviso, come un fulmine che ti scava la testa, mi accorsi che non avevo capito niente.

Richiuso il portone…Santa Lucia ritornò solo un quartiere.

Alla prossima,ciao!!!!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                          

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                  

 

 

 

 

                                  

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...