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LA CITTA’ DELLE DONNE
scansione0001 LA CITTA’ DELLE DONNE
di Cristiano Maria Carta

Era il 1986, il 2 giugno. Anche quel giorno, nel cielo di Roma, passavano i caccia delle “frecce tricolori”. Quel giorno mi sono sposato, con una ragazza nissena.
Forse per i più non è una grande notizia, ma, se non ci fosse stata lei nella mia vita, non avrei conosciuto la Sicilia.
Il mio primo impatto con l’isola è stato a Settembre di quell’anno, sul mare; o, meglio, in mezzo allo stretto, proprio tra Scilla e Cariddi.
Il ferry-boat (o, meglio, “‘u ferribotte”) ci conteneva tutti: treno, TIR, macchine e uomini.
Trasportato dalla meraviglia, tutto sembrava un gioco, come quando i bambini varcano l’ingresso di un Luna Park.
Già allora, c’era chi viaggiava su ‘u ferribotte e voleva fare il ponte sullo stretto. Un signore vestito di grigio, un po’ bassino, con un paio di occhiali spessi come fondi di bottiglia, distribuiva foglietti giallini, all’epoca ciclostilati e poi ritagliati. Uno lo mollò anche a me. Su, c’era scritto: “CHI VORREBBE ANDARE IN SICILIA DIRETTAMENTE CON LA PROPRIA MACCHINA? GEOMETRA SACCOMANDO HA LA SOLUZIONE: IL PONTE SULLO STRETTO. CHI CONOSCE QUALCUNO INTERESSATO IN CONTINENTE PUO’ RIVOLGERSI A ME. IL PROGETTO E’ PRONTO, I COSTI PURE!!! BASTA UNA TELEFONATA!”. E seguivano il numero di telefono e gli orari per chiamare.
Ma non c’era solo il “venditore di ponte sullo stretto”, sulla nave. Nei venti minuti di traversata si poteva incontrare l’Italia intera , e anche l’Europa… c’era il mondo: calabresi, siciliani, romani come me, il giovane inglese con lo zaino, la tedesca con gli hotpants e i capelli biondi, e il solito giapponese con la sua macchina fotografica. I camionisti restavano nelle cabine dei loro TIR, come se facessero da guardia al carico, e anche le scritte sulle fiancate erano in varie lingue e dialetti .
Sul ponte alto del traghetto si respirava già l’aria dell’isola. Al bar si servivano supplì enormi, che venivano chiamate arancine; e al banco bisognava specificare se dovevano essere “bianche”, con burro e mozzarella, ”rosse”, con il ragù o “verdi”, con il pistacchio. Così ha avuto inizio il mio percorso di conoscenza di nuove immagini, odori e sapori: il mio incontro con la Sicilia.
Ma troppe cose, e profumi e sapori, dovevo ancora scoprire.
L’autostrada che porta da Messina a Catania, e poi da Catania a Palermo, si presenta come un continuo scorrere di immagini. Attraversandola si scorgono i fiori azzurri e bianchi dell’ oleandro,inerpicati sui costoni a strapiombo sul mare di Taormina che vigila in alto, e i limoni e gli aranci, con il loro odore di zagara, della piana di Catania. Poi, l’autostrada diventa una lunga lingua d’asfalto,circondata ai lati da panorami lunari, che qua e là si vestono di verde, con piccole mucche al pascolo- da lontano tutto sembra rimpicciolirsi- senza un pastore, senza un cane che le accompagni. Distante, su una collina isolata, solo una casupola diroccata, e pensi: “forse il pastore sta lì”, ma non vedi nessuno.
E’ attraversando quel tratto che, per la prima volta in vita mia, ho incontrato stormi di corvi-in quel periodo dell’anno infatti il clima non era ancora cambiato e a Roma non erano ancora arrivati-, adulti e piccini, che appollaiati seguivano immobili il passaggio delle auto, guardavano sfrecciare, quasi se salutassero.
Dopo un’ora , siamo giunti al paese di mia moglie, Caltanissetta.
Le immagini che allora mi si presentarono alla vista non sono mutate, nonostante il trascorrere del tempo,, come se il paesaggio volesse, imperterrito,mantenere il suo antico splendore, la patina sbiadita di scenari bucolici, indifferente alla volontà degli stessi nisseni.
Un capoluogo circondato da altipiani e, in lontananza, dai monti delle Madonie. Nella città i risultati della speculazione edilizia degli anni ’70 convivono con un centro storico abbandonato a se stesso, le cui meraviglie architettoniche già allora sembravano chiedere aiuto, poiché ciò che era antico veniva scambiato per vecchio.
Caltanissetta viene considerata la città delle donne: una leggenda infatti, racconta di come l’emiro di Palermo custodisse le sue donne al Castello di Pietrarossa e,di come, in attesa del suo ritorno, queste preparassero dolci. L’origine del racconto risale all’epoca Normanna e serviva a giustificare l’etimologia del nome: Qalat-an-Nissat, ovvero Castello delle Donne. La città si regge,tutt’oggi, implicitamente, sull’autorità della donna, vera “ padrona“ della casa.
Mangiare, in Sicilia, è un rito di grande importanza. Per comprendere il valore che in questa terra si attribuisce al cibo, basta pensare alla ricorrenza dei Morti, il due Novembre, in occasione della quale i bambini ricevono dolci in dono, come accade con la Befana.
Ma è soprattutto a Caltanissetta che acquista un significato speciale, e naturalmente ad occuparsi della cucina sono le donne, mentre gli uomini sono relegati a fare la spesa.
Dopo un giorno di permanenza, fu mio suocero ad offrirmi la prima occasione per conoscere la città, invitandomi ad accompagnarlo alla spesa mattutina.
Grande camminatore, anche se quasi ottantenne, usciva tutti i giorni , indossando l’abito buono, come se dovesse prendere parte a una cerimonia. Attraversava la città per cinque chilometri con lo scopo di raggiungere il mercato centrale all’aperto, ‘A Strada Foglia, che deve il nome alla varietà di ortaggi venduti, tra i quali spiccano per bontà le verdure dai gusti più forti, soprattutto quelle amare. Per questo i venditori vengono chiamati i figli amari. Erano le otto del mattino, l’ora della spesa,in cui si trovano le verdure più fresche. Per la prima volta mi trovavo a dare inizio alla giornata così presto scegliendo cavoli e melanzane, ma la cosa non mi dispiacque. E’ la mattina- quando l’aria è ancora umida e la brina tarda a dissolversi, i rumori del traffico non sono ancora cominciati e la frenesia quotidiana dorme ancora un po’ -, che si scopre la vera anima di un luogo, il volto ancora assonnato della gente che inizia la giornata con una tazza di caffè bollente bevuto al banco, le abitudini delle persone prima di aprire le porte delle loro botteghe. L’atmosfera è così cangiante, gli scenari talmente pittoreschi che ogni cosa assume un valore, una connotazione unica. Quella mattina mi sembrava muovermi in una realtà completamente diversa da quella romana.
Scendendo a passo veloce per il Viale della Regione, ci avvicinavamo alla zona antica della città, passando accanto ad alcune casette diroccate, con un cartello di vendita. Superato questo tratto si potevano finalmente ammirare meraviglie architettoniche del Barocco siciliano e quelle immediatamente successiva all’Unità d’Italia. Tuttavia, fra tanta bellezza, ancora oggi si erge una costruzione risalente agli anni ‘70 e di discutibile gusto che ospita la Banca d’Italia. Nessuno la tocca e resta lì, imperturbabile, indisturbata nel suo orrore architettonico. Chissà quanto sarà costata farla costruire, sacrificando un’antichità considerata troppo vecchia, malconcia.
A un tratto, quasi dal nulla, nascosto tra vicoli coi balconi, decorati con stucchi floreali, colmi di panni stesi ad asciugare, appare davanti a noi ‘A Strada Foglia, rimasta intatta, incontaminata, come il monumento a Garibaldi.
Mi investì un profluvio di odori e sapori, provenienti dai banchi variopinti di limoni, cucumeri, lunghi cetrioli, cucuzze, olive ,zucchine siciliane, lunghe anche un metro, utilizzate per il minestrone e il tenerume, le foglie della zucchina, che a Roma di solito viene gettato. E poi angoli interi che facevano spazio al “primo sale”, al caciocavallo, alla ricotta con il siero, venduta dentro foglie di fico. Senza dimenticare il pane, il suo profumo e la friabilità, che persino senza companatico risultava gustoso. Su un lato un uomo, con la fronte imperlata di sudore, distribuiva succulenti panini con le panelle con sole cinquanta lire. Le panelle sono un impasto delizioso di farina di ceci e acqua, fritto nell’olio bollente. Forse un po’ grasse, ma sicuramente un modo gustoso per iniziare la giornata.
Per quelle piazze, numerosi marocchini, con lunghe barbe bianche, si confondevano tra i nisseni, per vendere prodotti esotici, oggetti orientali, tipici della loro terra. Rapito da quelle situazioni, con l’espressione colma di meraviglia, osservavo mio suocero mentre contrattava il prezzo delle salsicce con un macellaio: conosceva bene i trucchi del mestiere e non distoglieva mai lo sguardo dalla bilancia. Il ritorno a casa fu più faticoso, poiché per rincasare la strada era in salita e, come se non bastasse, eravamo, letteralmente, carichi come muli. D’altra parte non si poteva fare affidamento sull’efficienza dei servizi pubblici.
Mia suocera, già dalla mattina, aveva messo qualcosa sul fuoco. Era abitudine, infatti, per le donne nissene, preparare molto presto il pranzo, dimodochè fosse pronto per quando sarebbe rientrato il marito.
Il pranzo di quel giorno fu il primo di una lunga serie. Il menù era stato stabilito al fine di potere assaggiare i piatti più prelibati, frutto dell’esperienza culinaria delle donno della casa.
Per farmi contento, e per rispetto delle mie origini, la signora Michelina aveva preparato la pasta alla carbonara, o quantomeno una sua variante personale. Da bravo romano ho subito esclamato un po’ ironico: “Signora, ma che mi fa così la carbonara, con il pomodoro e con gli spaghetti spezzati?“. Ma con l’arrivo del secondo, sono rimasto a bocca aperta. Aveva preparato il falso magro , un involtino di manzo,con un ripieno sostanzioso , che esce allo scoperto solo una volta tagliato a fette. E che deve il suo nome a tale ripieno.
Ero rimasto senza parole, e non riuscivo a smettere di chiederne un’altra fetta. Ogni volta si restava a lungo a tavola, e già durante il pranzo mia suocera si preoccupava di chiederci cosa avremmo voluto mangiare il giorno dopo ed io, visto il precedente, ho “ preteso” altri piatti della tradizione nissena, e così è stato per i restanti giorni della vacanza.
E proprio vero, le donne sanno prenderti…per la gola. Specie nella Città delle Donne.

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