Un mio libro di poesie del 2009

 

COPERTINACRISTIANO MARIA CARTA

L’ALTRO INTORNO

Metamorfosi di un italiano

 

PREFAZIONE

Qualche mese fa l’ABI (Associazione Banche Italiane) ha diffuso i dati che riguardano gli imprenditori immigrati nel nostro Paese, il volume d’affari che producono e la ricchezza  che da tutto ciò ne deriva,dinamicità economica e posti di lavoro, spesso inventati con creatività.
Ne emerge un quadro interessante e per certi versi inedito che racconta la storia di una Italia multietnica.
Le Banche si fidano degli stranieri.
Ed anche noi semplici cittadini, facciamo altrettanto affidando a  badanti,infermiere e colf i nostri malati, i nostri figli, la cura delle  nostre abitazioni.
Vi sono donne rumene che hanno le chiavi d’accesso di interi fabbricati.
Ragazzi filippini che vivono in casa di persone anziane.
Operai tunisini che mandano avanti imprese edili e piccole aziende meccaniche.
E potremmo continuare a lungo con questo registro.
Ma il nostro è anche un popolo in preda ad irrazionali paure.
Innanzitutto il timore di perdere quelle quote di benessere che sono arrivate pian piano, e non senza contraddizioni, nei cinquant’anni che seguono le catastrofi dell’ultima guerra.
Un benessere sudato certo. Un lento sviluppo che oggi ci consente di avere un livello di consumi mai raggiunto nel passato.
Consumi, si badi bene, in buona misura irrazionali ai quali non si vuole rinunciare.
E’ forse il dubbio di dover dividere questa ricchezza coi nuovi italiani ad indurre molte persone ad avere atteggiamenti negativi nei confronti degli stranieri?
Probabile, ma non si può sottacere che molte forze politiche cercano  facili vantaggi scaricando sugli immigrati le responsabilità di un declino economico che va cercato altrove.
Queste forze politiche cercano consensi e lo fanno in modo  irresponsabile,soffiando sul fuoco delle paure.
Ma questo non è un atteggiamento nuovo. Ogni società in crisi ha individuato un proprio capro espiatorio per uscire dai propri problemi.
Sulla persecuzione dei diversi (Ebrei, neri, comunisti,  intellettuali……..) si sono costruite mostruose dittature.
Il volto del razzismo italiano si mostra, dunque, col beneplacito più  o meno evidente delle classi dirigenti.
Il pacchetto sicurezza, approvato qualche mese or sono dal Parlamento, ne è la prova.
Vi sono contenute misure razziste.                                                                                               Alcune si rivelano innocue dichiarazioni di intenti, altreprocureranno seri problemi alle persone oneste che vogliono lavorare ed integrarsi  nel nostro Paese.
Un Paese distratto il nostro, chiuso nel proprio egoismo ed incapace di esprimere quella solidarietà verso chi ha bisogno che è alla base di una  società civile.
Difficile prevedere cosa avverrà. La nostra economia ha bisogno di  persone che hanno voglia di affermarsi ma, al contempo, molti nostri  concittadini temono che questa situazione le emargini e li impoverisca.
In questo quadro c’è chi si arricchisce affittando a prezzi  esorbitanti stanze di fortuna o licenze commerciali.
Pochi riflettono su questa realtà.
Il freno agli arrivi e la ipotetica dipartita dei clandestini  impoverirebbe l’Italia.
Non solo le classi agiate ma proprio i ceti piccolo-borghesi ed  operai che rappresentano il punto di riferimento maggiore dei leghisti.
Per uscire da queste contraddizioni la società italiana dovrebbe  tranquillizzarsi.
Accettare una realtà che risulta irreversibile in ogni Paese avanzato.
Una lenta ma inesorabile trasformazione in società multietnica,  multireligiosa,e multiculturale.
Accettare questa realtà, governarla e beneficiare di tutti gli  aspetti positivi che ne possono derivare.
Mi pare naturale ribadire che al contempo debbono essere contrastati  e vinti i fenomeni di illegalità, per fortuna limitati, che questo processo  provoca.
Ma farlo con la consapevolezza che ogni trasformazione produce fenomeni degenerativi e che non vi sono stranieri criminali ed italiani buoni  e pacifici.
L’illegalità e la criminalità non hanno nulla a che fare con i fenomeni migratori.
Le illegalità vanno combattute sul terreno dell’ordine pubblico, le  migrazioni debbono essere governate con la politica e l’intervento sociale.
Vi domanderete, ma cosa c’entra tutto questo ragionamento con le belle poesie di Cristiano Maria Carta?
Io credo sia impossibile spiegare la passione e la tensione poetica di Cristiano se non si hanno chiare le poche cose di carattere sociale  che ho appena descritto.
Questa poesia, infatti, affonda le proprie radici nella sofferenza degli uomini.
Di chi arriva da mondi lontani, certo, con la propria cultura e con i  propri fardelli. Ma anche di chi li vede arrivare e spesso vorrebbe fare di  più per accoglierli ed incontrarli.
Di chi vorrebbe, stando dalla loro parte, spiegare ai propri simili  la necessità dell’incontro, della accoglienza, dello scambio.
Cristiano lo fa a suo modo, con le sue armi pacifiche : la parola, la  rima, la poesia.
Ne abbiamo parlato a volte, nelle iniziative che facciamo o  ragionando di fronte ad un caffè seduti in poltrona.
Ognuno ha il suo modo per combattere questa battaglia di civiltà.
Per non dover raccogliere corpi in mare, per non dover manifestare
contro una ingiustizia, per non voler accettare i propositi dii chi vuole  dividere i nostri figli dai “loro” perfino tra i banchi di scuola.
La poesia, questa poesia, è in gradi dare un contributo positivo sui  temi delle migrazioni.
Come lo diede in anni non troppo lontani raccontando le gesta dei nostri concittadini emigranti.
E lo fa senza retorica, in modo asciutto. Partecipe dei drammi ma non  rassegnata.
Una poesia, questa che leggiamo, che lascia intravedere da mille  spiragli un mondo migliore.
Costruirlo è compito nostro.
“………. Io canto un’ode a te mio piccolo immigrato nero, che come  un sacco rimani abbarbicato al corpo di tua madre mentre, ignaro, lei cerca dignità  in quei mari altrui …………”.
E’ così che il linguaggio poetico aiuta anche chi, nella economia,  nella politica, nella società si batte ogni giorno per conquistare una nuova speranza  che, a volte, sembra perdersi nella irrazionalità collettiva.

MAURIZIO BARTOLUCCI

 

PROLOGO

Le mie esistenze

paiono a me

oramai gocce.

I miei quotidiani

fuggono

come foglie ai venti,

e le tramontane

spazzano minuti e secondi

verso

la mia involontaria morte.

Eppure ancora

speranza

di tempi altri

travolge i miei

sia pur brevi giorni

e affido

alle mie pallide idee

fotografie di mondi diversi

dove

uomini e donne

sembrano amare i loro destini

cullando

utopie oramai appagate.

PIANTO NUDO

Orge di

cuori umani

lasciati dal peccato

nell’infinito

oblio dell’essere.

Pensieri vaganti

nel nulla terreno

di chi

ancora crede.

Visi bagnati

da un pianto

sconsolato

di un dolore

invisibile.

Parole senza linguaggio

che accrescono

l’indifferenza

di chi non sente.

LETTERA A UN POETA

Vorrei darti fiato, poeta,

per dar fiato alle ore:

cose che intorno

colorano i miei tempi.

Vorrei darti fiato, poeta,

per spiegarti a spiegare

la mia cosmica miseria,

e con essa

tappezzare la pagina

con versi di speranza.

Siamo tanti, qui

a varcare l’inferno giornaliero,

e come Caronte

qualcuno traghetta

non l’anima

ma i corpi

nel giorno che passa.

Siamo come gli operai

che al suono di una sirena

consumano i pranzi.

Noi

affrettiamo i passi

raggiungendo le file di mense comuni.

A volte ci guardiamo,

a volte ci parliamo…

mentre divoriamo le nostre pastasciutte.

Vorrei darti fiato, poeta,

per spiegarti a spiegare

le nostre storie

i mille tragitti raccolti a mensa:

umanità, per un’ora ritrovate.

Vorrei darti fiato, poeta,

per spiegarti a spiegare

cosa pensiamo

e perché non sappiamo

dove andiamo.

STRAGI

Su un foglio

del mio quotidiano

scritti:

solo i massacri

trovano le pagine.

Sul foglio

del mio quotidiano

scritti:

parole veloci

appaiono in nero…

senz’anima.

I rivoli di sangue

e le urla,

dopo gli scoppi…

rimangono solo

le esequie vomitate

dalla mia immaginazione.

Così

l’attesa di domani

è

l’attimo di sole

prima del fulmine.

Vorrei stracciarmi le vesti,

poi

come i santi

gridare le loro innocenze d’essere…

oramai andate.

POTERE E VOLERE

Se potessi gridare

fortemente

sciacquerei la mia bocca

d’urlate preghiere.

Se potessi

comiziare le mie ragioni

t’avvertirei di guerre perdute

perché…

solissimamente guerre.

Se volessi

invece

letiziare le mie giornate

scaverei una caverna

in mezzo al mondo…

poi mi chiuderei.

Ma io

voglio il sole

la luna e le stelle,

così

rimango a soffrire.

QUEL MIO GIORNO FORTUNATO

Se penso e vedo su foto

le mie origini

quel giorno di fine luglio

quando nacqui.

Se penso a quel mio giorno

fortunato:

nacqui bianco

come la pelle di mia madre

come quella di mio padre.

Ma travolto da pensieri nebbiosi

stravolgo

la misera realtà

e paio rinnegare la mia alba…

ma è solo

il caldo torrido della mia ansia

che acceca l’anima.

Quel giorno

fu solo un giorno fortunato

che imperterrito

come un treno che corre

prosegue e pare non fermarsi.

E rimangono distanze

tra me e quegli strani casermoni

delle mille periferie

delle mille bidonville

sdentate come sono i suoi uomini, le sue donne.

E rimangono distanze

e paiono oceani

i mari di casa

che lasciano quei popoli dagli occhi smarriti.

E rimangono distanze

i deserti del Marocco

dove cento di loro

ancora camminano…

gli altri trecento

insabbiati…

sono rimasti a crepare.

Ma

se pensassimo in moltitudine

noi uomini e donne

dai mille giorni fortunati

creperemmo senza

fargli male…

e abituandoci vicini,

stroncheremmo le loro

le nostre distanze.

SCUSAMI JOSEPH M. TALA

(Mio poeta lontano, appena conosciuto)

Scusami,

Joseph M. Tala.

Ma io, poeta d’un altro mondo,

(non fu in Camerun

quando piansi il primo giorno

tra le braccia di mia madre)

ho letto

bagnato negli occhi

la tua “ Domani avremo fame”.

Scusami

Joseph M. Tala

se

queste mie utopie

complicano

le tue semplici verità.

Scusami Joseph M. Tala

se le mie paure,

le arroganti paure

di luoghi comuni

nascondono…

banali assunzioni

della tua,

prestissimo la mia,

verità.

ROMA TERMINI

sotto

PARTENZE

Angela

si rannicchia

lisciandosi con la mano

quella destra

pidocchiosi capelli.

E la sinistra?

Stringe sacchetti di STANDA:

la sua casa… a mano.

QUEST’ODE

Quest’ode

è come l’onda:

s’infrange

frantumandosi su rocce di scoglio,

poi…

muore.

Quest’ode

è come

un canto di muto:

urla senza voce.

Quest’ode

è come preghiera:

quella senza dio…

o a mille dii di qual si voglia nome.

Quest’ode,

questa MIA ode,

è come

lo strido d’un gabbiano

con ali spezzate.

Quest’ode…

amico mio,

non corre come le tue antilopi:

rimane invisibile…

con pudore

celata.

Così

quelle nostre disuguaglianze

m’appaiono di più,

e come

succhiate caramelle…

dolcificano le nostre negrerie.

Oh genti del mio paese,

oh amici,

di prima, di dopo, di oggi, di poi…

VORREI

(se fosse vero)

scrivervi

un’urlata lettera

dove

i punti e le virgole,

mischiate a parole…

diventino imprecazioni

contro

le mie e vostre

consumate inerzie…

le loro

consumate guerre.

NERA GLOBALIZZAZIONE

Vorreste che fossimo

rannicchiati

quasi schiacciati

dietro le mura di casa

o di qualche cartone in periferia.

Solo le mosche potrebbero entrare

per tenerci compagnia.

Milioni, miliardi

di donne, di uomini

potentemente relegati

a non pensare.

Burocrati incravattati

elargitori di falsi doni

nella galassia oligarchica dei loro capitali

parlano di noi con statistiche

di giorno in giorno

rinnovabili.

Oramai

appagate multinazionali

ci vestono con i loro detersivi.

Dove sono i nostri pani,

le nostre acque, le nostre terre?

Portate via!

Poi, come regali

a piccole dosi

ce li fanno solo “assaggiare”.

LIBERIA

Cerco

su carte geografiche

quella vostra

Liberia.

Neanche la formica

che s’arrampica

sulla foglia

dell’alberello di casa

è così minuscolamente piccola

come…

la piccolezza, oggi,

che sta dentro l’ossa e pelle

del mio essere

del mio dirmi

italiano.

L’APPELLO

Sgorgano gli urli

sulle piazze

sulle strade della mia città,

e le lapidi

appaiono in cimiteri improvvisati

con le bandiere della squadra di calcio:

silenzio di un tifo taciuto.

Così i gridi

tra auto saltate

da botti di bomba…

rimangono muti

solo gesticolati.

Sopra…

i commenti afoni delle nostre TV.

Fatele sentire,

le urla di dolore.

Fatela odorare

la puzza dei cadaveri

dei bimbi bianchi, gialli e neri,

oramai squarciati.

Così, forse,

i nostri, i vostri potenti d’armi

saranno disarmati!

LA NOTTE DI SAN LORENZO

Mi sono sdraiato

a guardare le stelle.

Ho ricordato e ho cantato

(imparata non so dove, non so come)

una nenia antica:

“…un negro guarda le stelle e si mette a pregare”.

Ho guardato le stelle

nella notte di San Lorenzo

e come un bimbo ho pregato

di vederle cadere.

Poi…

una, due, tre, dieci veloci

scie luminose

mi hanno richiesto

i miei desideri.

Mi sono messo sdraiato

a guardare le stelle

e ho chiesto…

VORREI.

Ho chiesto alle stelle

la vita

la mia, la tua…

la NOSTRA VITA.

Ho chiesto alle stelle

la pace

la mia, la tua…

la NOSTRA PACE.

Ho chiesto alle stelle

come fanno i bambini.

Ho chiesto troppo,

forse,

alle stelle di San Lorenzo.

Lontano,

nella stessa notte,

lontano

le stelle cadenti erano…

mitraglie, razzi e cannoni

a illuminare il cielo.

NAUFRAGIO

Navigavano

da notti e giorni

su un barcone rattoppato,

come quando i maiali

vanno al macello:

ammucchiati, sudati, assetati.

Oramai

quel puzzo acre

era per loro

profumo marino.

Così

figli di padri e madri nere,

come i bimbi di Auschwitz,

piangevano, ridevano, gridavano, giocavano.

Vale pure una, due, tre, dieci…

cento vite

l’America dell’isola di Sicilia.

Poi,

le urla e i silenzi

furono una cosa sola.

L’acqua salata

fu l’Auschwitz di quei bambini,

bambini neri.

Per noi

un troppo breve minuto,

tra le notizie del telegiornale,

mentre mangiavamo la frutta

e qualcuno sorseggiava il caffè.

IN ALTRI SPAZI, IN ALTRI TEMPI

Se fossi

in altri spazi, in altri tempi

dove

l’allodola si faceva sentire

e i merli cantavano

il loro andare

fra i rami di bacche.

Se fossi

in altri spazi, in altri tempi

guarirei i miei mali

mirando l’aurora

o

odorando i tramonti

dove l’erba umida

lava di profumi le scure sere.

Se fossi

in altri spazi, in altri tempi

coglierei dei ciottoli

e

ad uno ad uno

come ritmi di tamburo

li getterei nel fiume

per portarli al mare.

Ma oggi

non sono in altri spazi, in altri tempi

e quelle guerre dentro

sono come le mille guerre fuori,

e rodo l’ansia che ho

d’esser ruscello d’acque chiare.

Così

l’anima mia s’inebria a fantasie

accuratamente celate,

e vaga zoppo il passo,

mentre passo e ripasso

le mie squallide quotidianità.

E sono come un cane che latra,

come un bimbo piangente

o come

una donna stuprata,

e sono come uno, uno di tanti:

sbircio nella nebbia cercando di vedere.

Così,

confuse oramai

le mie ideologie,

arranco

per viverci dentro…

nel mio paese

che sfugge,

nel mio paese

azzittito,

nel mio paese…

beatamente

freneticamente

sparito di donne

sparito d’uomini

sparito…

dai richiami d’allodole.

Vorrei abbracciare

quel candido viso nero

dai mille denti bianchi

che, nonostante,

ridono ancora.

IO CANTO

Io canto

un’ode

a te,

mio piccolo immigrato nero,

che come un sacco

rimani

abbarbicato

al corpo di tua madre

mentre,

ignaro,

lei cerca

dignità

in quei mari altrui.

Io canto

un’ode

come fosse

una lunga e interminabile preghiera

al tuo Dio del perdono.

Io canto

un’ode,

e cerco

la mia rivoluzione,

a questa

italiana indifferenza.

Io canto

un’ode

che sia l’epigrafe

sulle tombe

delle nostre

VOLUTE IGNORANZE.

Io canto

un’ode

per un paese,

il mio,

con genti

dai mille colori.

FINIRA’ LA GUERRA?

Finirà

la mia

la tua guerra?

Mi sono apparsi d’improvviso

gli occhi di mia madre:

inorriditi

dalle violenze passate.

Oggi

quell’angoscia d’un corpo

crivellato

vomita

le mie generazioni.

L’ho visto lì,

gemeva

si ritorceva

sotto l’occhio della telecamera.

Mille bandiere iridate

sventolano

dai balconi e le strade

di Roma

ma anche…

nelle vostre diverse città, tra le colline

in mezzo al mare

su, fino in cima

alle montagne

quando, ancora,

le mille loro impunità

le vorrebbero bruciare,

come se fossero streghe del nuovo millennio.

Finiranno sì

le nostre guerre

solo quando

le mie

le tue

le nostre innate oligarchie

saranno frantumate,

e uomini e donne

spazzeranno

i nostri manicomi terrestri.

DIMENSIONI D’UOMO

Quando arriva la sera

cammino

sulle strade della tua città,

e il mio passo

trascina le scarpe.

Mille statue di storia

riparano i miei freddi…

d’estate raffreddano i miei caldi.

E vago

con la mia faccia nera

nascosta nell’ombra della notte.

Poi

l’ora al giorno non tarda…

quasi è chiamata a scoccare

e il sole

illumina le mie sembianze,

così m’appaiono le solitudini:

Lì in mezzo a tanti…

e più sono,

più m’appaiono.

Solo agli angoli delle pietre

o sopra panchine incontrate

quando

gli occhi dormono

sogno

dimensioni d’uomo.

Vorrei respirare come voi

ma poi

scappo al suono delle sirene

come quando scappavo

ai colpi di machete.

Vorrei sentir…

che sentite i miei pensieri.

Vorrei provar

che provate la mia fame, le mie paure.

Vorrei veder…

che vedete il mio esserci

dietro gli angoli

delle vostre pietre,

sopra le panchine

dei vostri parchi.

Nel paese dello Zambia

mi chiamavano dottore,

oggi

i vostri occhi sghembi

mi guardano accattone.

ECONOMIE 2

Globalizzazione asserragliata

ai profitti dei pochi.

Così

milioni

miliardi

di piccoli uomini

dai vari colori

aspettano

le proprie…

personali sepolture.

E riconosco i loro badili,

le casse di tavole inchiodate,

le mani

le loro:

con fatica si coprono la testa di terra

ridotta polvere senz’acqua

(oramai venduta).

CIAKA

Dove

su terre polverose

camminano

le tue neri genti e l’acque

rimangono

troppo sommerse

per poter apparire,

io

trascino

bianche immaginazioni.

Così

come dal libro di racconti

“Viaggi e avventure”

m’appaiono

come disegnate

le tue genti.

Improvvisamente

quelle storie

tra le bionde savane

intrecciano

le mie periferie

dove i fumi coprono

i contorni.

tra banchi di fiori e carni,

impaurito e guardingo,

Ciaka

a vent’anni

vende accendini.

tra baobab e capanne di foglie,

impaurito e guardingo,

Ciaka

a dieci

imbracciava il fucile.

Così lì

come qui

s’appagano

le nostre indifferenze.

BIMBI

Grandissimi occhi…

occhi di bimbi

sul calendario attaccato al muro

del mio studio quadrato.

Così, i loro

mille sorrisi bianchi

consolano queste mie angosce.

tra tuguri e capanne di paglia

sorridono attenti

al fotografo di passaggio.

Lontano,

quasi nascosto dietro un albero di baobab,

uno,

uno di loro,

con la mitraglia in mano

osserva

e mangia con labbra secche…

i suoi sorrisi.

Oramai

solo sui calendari…

scopriamo i nostri prodotti:

nefandezze di nuove colonie.

A MAMADOU BAMBA TOURE

T’ho incontrato

un giorno di pioggia:

uscivo

a mani vuote

da una mostra di libri.

Tu

sotto il porticato

hai riempito la mia vuotezza

e col sorriso

m’hai venduto il tuo “YOONWI”.

E come fosse il vangelo

l’ho letto

l’ho anche riletto

e immaginando,

come un Verne,

fantasie sconosciute

ho chiesto ai versi

d’uscire fuori.

Così…

ho viaggiato

tra le tue foto

fra i nomi di strade

dentro le botteghe

in mezzo ai mercati

seduto nei tuoi taxi.

Ho conosciuto

tra le tue righe

parole in Wolof

e Fatou

la tua samadijguene

(che vuol dire “signora”),

ho visto il mercato sulla spiaggia di Hann-Yarakh

o il ponte Faidherbe di Saint-Luis

nel tuo Senegal

o il villaggio Bedik…

oggi vorrei

trovare un strada

vicino alla piazza della mia città

con un nome in Wolof

per i nostri figli

dai tanti colori.

TEMPO

Questo nostro tempo…

queste nostre:

l’ore di morte.

Vengo

nella mia città

e le sue luci

dopo

le fugaci notizie

paiono…

lampioni inermi.

Oggi

neanche le cagne

s’azzannano più

come i bianchi i neri

i ricchi i poveri,

i biondi e i mori….

Neanche le cagne

s’azzannano più

come noi…

nel medioevo del nuovo millennio.

UN 15 AGOSTO

In quell’epoca

che pare lontana

eppure…

è oggi,

camminavo

per le vie della mia città.

Era l’ora più afosa,

in quell’agosto

quando anche i cani e i gatti rimangono in pace,

il sole si specchia sull’asfalto

e

le case intorno

monumenti deserti.

Poi

quando tutti

parevano dormire,

o solo celati dietro tapparelle dai mille colori,

oppure

semplicemente partiti

per lidi lontani…

la mia città s’animava

e le vie e le piazze

da me passate

chiacchieravano

chiacchiericci sconosciuti.

Così mi parve

che sassi antichi e statue bianche,

oramai patetici nei loro silenzi secolari,

rivivessero le storie

nel loro apparire, come per farsi vedere

a genti dai capelli biondi,

o dalla pelle nera,

o dalla barba incolta…

coperti da grossi cappotti bucati

in un pieno sole

del 15 d’agosto.

Così

m’accorsi che…

non erano

i nostri soliti turisti

dietro bandierine o ombrellini

tenuti in alto da un’affaticata guida,

ma uomini,

donne,

bambini e bambine

fuggiti da qualche paese

chissà dove, chissà come… chissà perché?

Non solo una via

ma le mille vie di Roma

(come anche di Milano, di Firenze, di…)

venivano abitate, vissute

per loro

come se fossero regalate:

corridoi di case all’aperto,

quasi illusioni

la lontananza dalle paure.

Così le loro quotidianità

prendevano corpo:

dietro un vicolo

su un tappeto sdraiato per terra

in ginocchio un uomo nero

genuflettendosi pregava Allah.

Quel 15 Agosto

Roma mi è apparsa

(ma era solo apparenza)

una stupenda città.

Il 20 di Agosto

tutto sembrava diverso:

loro lì

infastidivano le nostre comodità.

VIA TOGLIATTI

Se qualcuno vi chiede

“Via Togliatti?”,

è

quel lungo viale

che va

da Cinecittà e raggiunge la via Prenestina.

Ogni mattina,

siano esse

inverni freddi

o

estate bollenti,

e

ti trovi a passare

per caso, rallenta…

e contali

e

guardali

sono là

in attesa.

Che ti serva un giardiniere

o forse

un carpentiere

o che devi caricare

o che devi scaricare

o

che devi…

perché a te

non va,

loro sono là.

Un tappeto di teste

rimane

in trepida attesa.

E si parla in russo, in serbo,

o forse croato,

si parla…

e loro s’ammazza così

il tempo.

Se ti trovi a passare

rallenta…

quelle “bestie bossiane”

sono uomini

come te,

come me.

Poi

appare,

come fosse miraggio,

il caporale

e dentro il pulmino

ne infila prima uno, poi due, poi tre…

e “sgomma” veloce.

Il nonno di quel caporale

stava in Belgio,

caricato da un altro caporale.

Se ti trovi a passare

per caso…

per viale Togliatti

rallenta…

e pensa al tuo paese…

un po’ cambiato.

COMMEDIA

(Inizio)

M’appare il mio prologo,

poi sfugge,

ancora ritorna

solo un istante

d’un tratto risfugge.

Così

il sipario s’apre

senza letterarie avvisaglie.

E inizio versi che forse non finirò.

(La scena)

Lontano

s’ode una strada,

poi…t’appare.

Come nei tetri silenzi

palesano improvvise

le voci chiassose di gente comune

che tu spettatore non vedi.

A destra

un fondale abbandonato

e i suoi segni

d’ogni colore

colorano, muti,

bianche quinte armate:

qualcuno l’ha dimenticato?

(L’atto)

S’avanza una vecchia

sul proscenio

in mano

bianchi fogli

d’un copione senza inchiostro

così inventa i passi

inventa lacrime e risi senza motivo

poi

senz’altro motivo

parla di sé:

“Mi ricordo

lontano nei tempi

i miei duri seni

i miei capelli biondi

mi ricordo gli amori

su letti improvvisati

mi ricordo

i pianti e i risi

dei miei fratelli

degli amici

quelli amati

tra vecchie osterie e castelli dorati

o quelli non amati,

ma a lungo desiderati.

Mi ricordo… poi non penso,

il passato?

unico mio risveglio”.

(Il coro)

Struscia i selciati

struscia…

le acque

che t’hanno portato…

solo vecchi ricordi?

No, presenti presenze

che s’affacciano nel quotidiano,

così quello strano esserci

ti pare

assente.

Oggi

“Fratelli d’Italia”

si colora d’ogni colore:

è la loro presenza

e tu

rimani a guardare.

(L’atto)

S’avanza

in un deserto di scena improvvisata

la madre

dai seni succhiati.

Quel latte rappreso

incrosta i suoi mosci capezzoli.

Poi

lo strusciante passo

nei suoi vent’anni

libera una danza tribale

e come il suo fiume silente

silenziosa

scheletricamente sinuosa

appare

come fosse senza figura.

Così verso la vecchia

guarda, e

senz’altro motivo

si mette a parlare:

“Mai,

mai ho assaggiato

letti improvvisati

o castelli dorati.

Invidio questa tua

presente vecchiezza

dove

la storia passata

è passato presente

la mia

a vent’anni

non è ancora arrivata.

E vomito cattiverie

per le tue calde estati

al sole

che ti colora la pelle.

La mia

perennemente infuocata

rimane color dell’ambra

anche senza il tuo sole.

Come vorrei

celate dietro un boschetto

tra villa Borghese

e Porta Pinciana

le mie

slanciate antilopi.

Poi

nascosta

quando i lampioni s’accendono

andarle ad accarezzare.

Vorrei

provare a parlarti

e raccontarti

con la mia lingua

nera.

Forse un giorno.

Oggi

nascondo

i miei castelli dorati:

ho

il mio bimbo nero da allattare.

Così

v’imparo la lingua

v’imparo

le goffe frette

v’imparo

ad essere tutti e nessuno.

In discreta solitudine

giro e rigiro

tra quei

semafori rossi

e raccolgo le vostre stanche mendicanze.

(Il coro)

Terra, la tua

lontana

al di là dell’onda

al di là del mare

dove

solo riempite barche di legno

o sfondati barconi

annaspano

il loro venire,

dentro

c’eri tu

o altri

d’altri colori:

quelli arrivati

quelli affogati

quelli mai pregati.

(L’atto)

S’avanza

non so cosa o chi

ma come fosse Dio

prende gli spazi

d’un proscenio inventato.

Poi

comizia le sue arroganze:

“Ho razziato le genti

vent’anni,

oggi

riappaio in scena

e come i carnevali

mi nascondo

tra maschere

di false democrazie

o Kamikaze impazziti

oppure…

vago e rido

apparendoti tra messaggi tecnologici

stragi consumate, mafie

oramai appagate.

Vorrei essere Dio,

ma forse già lo sono”

Oramai

sospesi i versi

d’un epilogo

color bianco

come i lutti africani.

NUOVE UTOPIE

Versi

d’un poeta

che non sa

di che tempo è,

forse nascono qui

e qui tremano l’inizio…

pensando la fine.

Su carta di quotidiano

tra le strisce bianche

di lati

rimasti non scritti…

scivola la blu Bic

segnando parole, virgole, punti.

Di fuori

i bimbi schiamazzano l’andare e venire,

il merlo dal becco giallo

segue la merla

e la frenata del Tir

o il dlen dlen stridulo

della campana elettrica

mi fa apparire

un altro giorno:

rare percezioni

d’epoca

appena solcata.

Così d’un tratto

la morte

e il tempo m’incorre

(o corre?)

senza usarlo.

E s’affacciano solo i bagliori

di fede persa

e in chiese di passaggio

tra melodie

e cori di rosari… mi chiedo la grazia

prima della mia sepoltura.

E navigo fermo

sopra piatte maree

e la vela oramai ripiegata

aspetta la brezza.

Su scogli affogati d’acqua marina

paiono

le mie idee

come l’urlo dell’ultimo eroe:

silenziose.

E gratto tra libri

dei Marx abbandonati

per chiedere spiegazioni

delle mie ordinarie follie,

o passo

tra banchi di supermercati

pensando di essere

nelle ultime…

vicende quotidiane.

Quel giorno

il treno che mi portava

dalla Sicilia a Roma

m’annodava la testa

di strani pensieri,

e la paura dell’abitudine

m’arrecava l’angoscia

dei giorni che verranno:

oblio senza coscienza?

Così

vado nella mia città

e popoli

d’altre razze

s’affacciano sulla via

muovendo i passi impauriti

delle loro miserie.

E t’appaiono

improvvisati pulitori di vetri

o zoppi e monchi

allungano la mano

ai margini della Cristoforo Colombo:

materiali d’umano sfruttati o derisi.

Benpensanti oramai

sfiorano le loro mani,

fuggono i loro fiati

creando consensi

dei popoli eletti.

Le mie giornaliere vergogne

ribaltano il mio sopire,

e l’urlo dell’ultimo eroe

si fa grido.

Nuove utopie

saranno le nostre quotidianità:

la morte?

è ancora lontana,

nel paese da rifare.

OSTIA

Come quando l’acque

s’afflosciano

sulla riva di Ostia

raffreddando la sabbia bruciata d’Agosto,

io

m’affloscio il pensiero

e il verso…

fa fatica ad uscire.

Vorrei essere nella tua savana

con i piedi e la testa

bruciata dal sole

per

sperare…

ancora.

QUANDO

Quando

le mie

ultime ossa

saranno

dai venti

volate polveri.

Quando

sarò giunto al Dio, il mio,

[negato troppo spesso per pudico clamore].

Quando

su lapide bianca solo il nome

e tre versi

[i miei]

appariranno,

allora… Cristiano Maria non sarà.

Oggi,

che orecchie e cuore e occhi stanno,

ascolto le voci intorno

e guardo visi

e sento odori.

E…

m’appaio vivo:

Svegliandomi in alba,

m’addormento in tramonto

e scopro l’aurora

[così penso]

e L’INTORNO

mi circonda l’esistenza.

SOGNO

Vorrei sognare…

sì,

vorrei sognare di scrivere

con lingua araba

una favola nera

dove il verso

toccando la pagina

t’appare, bizzarro,

in polacco, romeno, albanese o forse cinese.

Ho visto

la mia poesia

viaggiare al di là del mare,

sorvolare le montagne

o correre su strade

che passano…

paesi e villaggi

tra vie russe, tra piazze polacche

in mezzo a pagode

o villaggi di paglia, o lì in Kenia…

dove i bimbi fucilano.

L’ho visto in mezzo ai draghi cinesi

tra i balli romeni,

oppure…

tra le case bombardate di Gaza consolare i bambini,

con versi palestinesi,

o ancora…

pregare dentro le sinagoghe

in mezzo ai figli di Auschwitz.

Così ancora

tra i templi buddisti

tra manti e bandiere arancioni

ho visto il mio verso

Parlare la lingua delle rondini

che raccontano

le immense pianure passate,

tra i voli

sopra casa mia.

Ho visto il mio verso…

gemmare

le mie metamorfosi.

Oggi,

vorrei da sveglio,

con il mio verso…

di mille lingue…

spigare le vostre

da piazza Navona…

nella mia Roma

a piazza del Duomo

nella vostra Milano.

STATO D’ANIMO

Così

a cinquant’anni

un pericolo di morte

mi percorre,

e con lei

m’abituo

nei giorni, nelle sere.

Vorrei ripercorrere,

quasi correndo,

le vie della mia

pur breve gioventù.

Poi

accostando l’orecchio

al giorno di oggi

arrabbiato temo…

placide inerzie.

Oramai

guardo inorridito

i nostri governanti:

ballano, cantano

e quando

(per solo dovere)

governano

accumulano…

le loro sicurezze.

Microscopi tecnologici

fanno fatica a trovare

le nostre sembianze:

piccolezze tra granelli di sabbia.

Così

le involontarie volontà

d’essere…

spariscono dentro di noi.

Così

le nostre poesie

i nostri canti

ma anche i nostri risi

le nostre “strampalate utopie”,

così le nostre voglie d’amare, solo…

autocompiacimento.

Dove è la nostra storia?

Dove è la nostra democrazia?

Dove sono i nostri morti

(quelli ammazzati per la liberazione,

quelli ammazzati dall’emigrazione,

o quelli ammazzati dalle mafie…)?

Tutto reso vano

calpestato

criticato

a volte…

ANZI, FORSE, TROPPO SPESSO

RIDICOLIZZATO.

POSTFAZIONE

 L’altro intorno

Poeta lucano romanizzato, e compianto tanto per la sua umanità quanto per la sua ironia, Vito Riviello usava dire – e scrivere – che c’è un sud a sud di ogni sud. Nel corso degli anni, almeno di quelli che ci sono stati accordati per vivere e incontrarci, ci si sarebbe resi conto che c’è anche un est oltre ogni est. A tutt’oggi, tali coordinate geografiche sbilanciate delimitano il concetto – o, meglio, la percezione – di Occidente, quasi in assenza di un nord o di un ovest che contino, in positivo o in negativo. Ciò, se non altro perché il nord e l’ovest coincidono psicologicamente con l’Occidente stesso, ed è ormai difficile pensare qualcosa o qualcuno davvero altro, in tale direzione.

Alle età storiche dei viaggi di scoperta e di dominio più o meno coloniale, da parte del “nostro” Occidente nei confronti di un Meridione e di un Oriente anch’essi qui non meglio determinati, è subentrata quella della pressione demografica da parte di questi ultimi nei confronti del primo. Tale effetto retroattivo per lo più assume le forme dell’immigrazione, con tutti i suoi noti e dolenti problemi, ma per il poeta innanzitutto acquista il valore di una riscoperta: non più remoto né alieno o esotico, si tratta dell’“altro intorno”. Un sinonimo per “prossimo”, se così preferiamo.

Che cos’è, più a fondo, quest’altro? In La malattia mortale. Saggio di psicologia cristiana, già nell’Ottocento un filosofo come Søren Kierkegaard rilevava che l’io dell’uomo è il porsi di una relazione derivata: “un rapporto che si mette in rapporto con se stesso e, mettendosi in rapporto con se stesso, si rapporta con un altro”.  Ne consegue, l’esclusione dell’altro da tale complessa relazione – che costituisce ogni sé individuale o collettivo – può comportare non solo un isterilimento dell’io, ma perfino la sua agonia spirituale. Invece, la presenza e il confronto con l’altro pongono le condizioni affinché il nostro io sussista e cresca in maniera dinamica. L’invadenza dell’altro può certo rappresentare un rischio. Ma nessun pericolo è maggiore della sua assenza. Una crisi è sempre meglio di un vuoto di identità. A una “malattia mortale”, è pur preferibile qualche disagio vitale.

In un orizzonte riflessivo affine a quello accennato, fin dalla prima raccolta di liriche intitolata Resistenza (Editrice Totem, Lavinio 2004) Cristiano Maria Carta si candida come uno degli ultimi pasoliniani sulla scena letteraria italiana. Una poesia, la sua, che definire socialmente e politicamente impegnata, in un’accezione “vetero”, sarebbe però sfalsante. Nella precedente silloge, temi quali l’immigrazione e la globalizzazione erano emotivamente presenti. Ora, essi emergono in primo piano. Se l’evocazione di una “resistenza” morale privilegiava la preservazione di un’identità avvertita come positiva, contro lo snaturamento operato dal consumismo di massa, la messa a fuoco dell’alterità adombra un auspicabile superamento dialettico. Un problema è che il vecchio progressismo, non ancora intimamente preparato a questa evenienza, è intanto fatalmente regredito.

 

Metamorfosi di un Italiano

Si direbbe quasi che una certa letteratura attuale tenti di colmare un vuoto lasciato nelle esistenze, e nelle coscienze, specialmente dalla politica. Nel nostro caso, non sorprende che alla tensione lirica si accompagni volentieri un realismo narrativo. Si tratta di più o meno veloci annotazioni, a volte perfino di descrizioni, lasciate cadere sulla pagina in forma di impressioni in versi. Esse si mantengono distanti da ogni pretesa alta di elaborazione letteraria o di ricerca espressiva. Se l’autore fosse un pittore, potremmo parlare tranquillamente di schizzi. Se si trattasse di un’intera tendenza artistica, potremmo definirla impressionista piuttosto che espressionista. In effetti, l’urgenza dell’impressione meglio si adatta a una realtà collettiva in mutamento, soprattutto se ci si riferisce a una mutazione identitaria, di cui l’individuo è spettatore e partecipe a un tempo.

Il sottotitolo della raccolta in questione, “Metamorfosi di un Italiano”, avverte che tutto ciò non significa abdicazione dalla propria identità culturale, bensì ne dovrebbe promuovere un completamento selettivo. In tal senso, la memoria di sé può funzionare meglio della dimenticanza, o della falsa coscienza. In buona parte, questo dipende da quale memoria, e di conseguenza da quale Italiano. Ad esempio, il componimento Via Togliatti non allude solo al nome di un viale periferico romano, che suona ormai storica ironia. Con ritmo sincopato, la scena descritta è quella della manodopera immigrata a buon mercato e senza tutela, gestita questa volta da un “caporale” italiano. “Questa volta” vuol dire che, mutati luoghi e personaggi, essa non è affatto nuova: “Poi/ appare,/ come fosse miraggio,/ il caporale / e dentro il pullmino / ne infila prima uno, poi due, poi tre…/ e sgomma veloce./ Il nonno di quel caporale/ stava in Belgio,/ caricato da un altro caporale./ Se ti trovi a passare/ per caso…/ per viale Togliatti/ rallenta…/ e pensa al tuo paese…/ un po’ cambiato”.

L’orizzonte riflessivo si fa qui etico. Si può “cambiare un po’”, tenendo presente il principio di non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso, o cedendo all’impulso di infliggere agli altri quanto è stato subito da te o dalle generazioni che ti hanno immediatamente preceduto. Far finta di aver dimenticato è la soluzione peggiore. Il poeta interviene a rammentare. Per dirla con Riviello oltre che con Cristiano Carta, egli aggiunge che il sud a sud di ogni sud, o l’est a est di ogni est, è dentro prima che fuori di noi. E’ un sud-est profondo e oscuro, più di ogni nord-ovest o nord-est orgoglioso di se stesso, a costo di negare la propria storia e radici. Tutt’altro che difesa dell’identità nazionale, o degli interessi di classe, esso si basa sull’oblio e falsificazione di se stessi. Anziché preservazione o metamorfosi, semmai regressione agli aspetti peggiori del proprio passato.

Si può obiettare che tutti prima o poi vanno soggetti alla stessa dialettica perversa degli eventi, e che questo è il pedaggio inevitabile di accesso al progresso. In tal caso, si tratterebbe di un progresso a senso unico, anzi dell’unico possibile. Ma un tale preteso progresso, senza correzioni auto-critiche, entrerebbe presto in conflitto con se stesso. E’ quanto la crisi economica in corso suggerisce. Il componimento intitolato Economie 2 denuncia una “globalizzazione asserragliata/ ai profitti di pochi”, e il rischio che quelli siano sempre meno e più unilateralmente ottusi, finché perfino l’acqua – privatizzata – divenga merce di scambio. Allora, il numero degli esclusi e delle vittime includerebbe “milioni/ miliardi/ di piccoli uomini/ dai vari colori”. Fra questa e analoghe violazioni-alienazioni, nessuno però sarebbe davvero al riparo a lungo, senza distinzione di colore.

 

Convertire l’alienità in alterità

Ecco dunque che dalla scena dell’immigrazione, europea e in particolare italiana – anzi, romana –, l’attenzione si allarga a quella dell’emigrazione, specialmente dall’Africa, che appare particolarmente cara a Cristiano Carta. Ad altri mezzi, di comunicazione di massa, spetta il compito di un’informazione corretta in merito alle cause e agli scenari di origine del fenomeno migratorio, nonché alle modalità sovente drammatiche del suo svolgimento. Queste ultime vengono evocate in un componimento intitolato Naufragio. Esso ha poco degli epici abissi di certi naufragi narrati nelle nostre letterature; semmai, può ricordare la prosa di Ernest Hemingway in Avere e non avere, o di Ghassan Kanafani in Uomini sotto il sole. Lì le circostanze dell’emigrazione erano già tragicamente presenti. Che le mete fossero allora l’America o Israele, non cambia molto la sostanza del discorso.

Compito principale del poeta resta quello di convertire l’alienità in alterità, senza che questa conversione risulti un’imposizione omologante, bensì un arricchimento della nostra e altrui identità. Possono la poesia, e in generale la letteratura, contribuire validamente al raggiungimento di tale obiettivo? In componimenti quali Scusami, Joseph M. Tala o A Mamadou Bamba Toure, e per la verità implicitamente nell’intera silloge, si dà una risposta positiva a questo interrogativo. Qui sono il nostro autore “residente” e un poeta appartenente a un’altra cultura, o addirittura un venditore ambulante di libri, a venirsi incontro e a trasformare il discorso in un dialogo comprensivo. Un discorso che passa tramite la parola scritta, o la scrittura creativa. E’ una messaggistica che nessun telefonino portatile può decodificare, perché essa echeggia il canto, un canto antico di contrappunto.

Ovviamente a suo modo, anche la prosa narrativa porta il suo contributo. Non solo la lirica, ma pure l’ironia fa la sua parte, magari demistificante. E’ il caso di un recente romanzo satirico poliziesco, palesemente ispirato a Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo E. Gadda, ma ambientato nella Roma ad alta densità abitativa multi-etnica. Esso è intitolato in italiano Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio. Tuttavia il titolo dell’originale in arabo, auto-tradotto dall’immigrato algerino Amara Lakhous, era Come farsi allattare dalla lupa senza essere morso. Va da sé, la lupa sta per quella capitolina, simbolo di Roma. Ciò ammonisce che la diffidenza, a volte un atavico timore, può essere reciproca. Lingue diverse; religioni e tradizioni differenti; non di rado, vecchie ruggini ed equivoci o malintesi storici… Sfatare questa diffidenza, e mutarla in confidenza, non è impresa da poco. Poeti e narratori ci provano. Certo, non possono farcela da soli!

Piace comunque concludere, con la citazione di una citazione. Vale a dire di nuovo con Cristiano Maria Carta, che cita Pier Paolo Pasolini, nel suo blog all’indirizzo Web http://altroepoesia.splinder.com/ in data 02-07-2009, giorno dell’introduzione del reato di immigrazione clandestina nella legislazione del nostro paese: “Cos’è che rende scontento il poeta? Il razzismo. Il razzismo come cancro morale dell’uomo moderno, e che, appunto come il cancro, ha infinite forme. E’ l’odio che nasce dal conformismo, dal culto della istituzione, dalla prepotenza della maggioranza. E’ l’odio per tutto ciò che è diverso, per tutto che non rientra nella norma, e che quindi turba l’ordine borghese. Guai a chi è diverso! Questo il grido, la formula, lo slogan del mondo moderno. Quindi odio contro i negri, i gialli, gli uomini di colore: odio contro gli ebrei, odio contro i figli ribelli, odio contro i poeti… (da Dialoghi con Pasolini n. 38, 20 settembre 1962)”.

 Pino Blasone


Indice

Prefazione

1) PROLOGO

2) PIANTO NUDO

3) LETTERA A UN POETA

4) STRAGI

5) POTERE E VOLERE

6) QUEL MIO GIORNO FORTUNATO

7) SCUSAMI JOSEPH M. TALA

8) ROMA TERMINI

9) QUEST’ODE

10) NERA GLOBALIZZAZIONE

11) LIBERIA

12) L’APPELLO

13) LA NOTTE DI SAN LORENZO

14) NAUFRAGIO

15) IN ALTRI SPAZI, IN ALTRI TEMPI

16) IO CANTO

17) FINIRA’ LA GUERRA?

18) DIMENSIONI D’UOMO

19) ECONOMIE 2

20) CIAKA

21) BIMBI

22) A MAMADOU BAMBA TOURE

23) TEMPO

24) UN 15 AGOSTO

25) VIA TOGLIATTI

26) COMMEDIA

27) NUOVE UTOPIE

28) OSTIA

29) QUANDO

30) SOGNO

31) STATO D’ANIMO

Postfazione

 

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